martedì 24 maggio 2011

Versi sfusi part. 3

Parole d’amore non voglio sentir più

Illusioni dai dolci toni

Sguardi mai esistiti, sorrisi.

Non voglio sentir più parole

Che mi riempiono la testa

E che con il loro niente

Mi lascian vuota di tutto.

mercoledì 30 marzo 2011

Versi sfusi part.2

Nelle vene
Tu che solo poesia odi
Ove il soldo di soldi
(concretamente) tintinna

Quante pretese di
Miniere al sole stese

Io che di primavera vivo la potenza
E delle parole la prestanza

Tu gioisci, quando il grano
Fiero conti tra due mani,
In una giornata uguale anche a domani

Io non so quel che sarà,
so quello che è, (qui ed ora)
qui ed ora
il sole che tramonta nella Dora

Tu che a quell’affare
Non sai rinunciare,
Io che per quell’amico
Non so darmi pace

Il nostro sangue così simile
Ma che in modo così diverso
Scorre nelle vene,
le mie sono calde, e le tue?

sabato 5 marzo 2011

Malincònia


A testa alta a guardar la Mole

gli occhi inumiditi dal vento;

porto nel cuore

lo sguardo di un poeta maledetto.









Mail ad una professoressa - Lacrime di rabbia

(Estratto da una mail mandata ad una professoressa riguardo ad un fatto realmente accaduto nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Torino. Il "Fatto" è stato trovarsi in circa 120 in un'aula da 55 posti. L'unica soluzione che la facoltà è riuscita a trovare è stata quella di spostare il corso in altri orari, dove però quasi tutti gli studenti hanno altri corsi. Così, questi 120 studenti si sono mobilitati in blocco per andare in presidenza dove si sono sentiti rispondere quello che andrete a leggere. Di tante parole ne basterebbe una: vergognoso!)


Buonasera professoressa P,
sono la casinista, quella che ad un certo punto è anche quasi scoppiata a piangere dal nervoso. Mi presento: mi chiamo Sabrina Russo, e sono iscritta al primo anno nella Facoltà di Lettere, curriculum moderno, contemporaneo.
[...]
Sono arrivata a casa stanca stremata dalla giornata, ma nel mettermi a letto non ho fatto altro che rigirarmi per mezz’ora, pensando a quello che ora mi sono decisa a scriverLe, perché non riesco a tenermelo dentro ancora per molto.
Io sono rimasta nauseata e disgustata da quanto accaduto ieri. Non per tutto, non, ad esempio, dal fatto che siamo riusciti a mobilitarci tutti cento venti o quanti siamo, e, tutti uniti abbiamo lottato per un unico obiettivo, non sono rimasta disgustata dal fatto che Lei è rimasta al nostro fianco e non ci ha mandati al "macello". Sono rimasta disgustata ed indignata dal fatto che il preside di una Facoltà di Lettere, che è una facoltà di pensiero, dove si insegna, si abitua e si allena il pensiero stesso, una facoltà dove le materie insegnate trasmettono insegnamenti di vita, valori anzi, Valori, Cultura, letteratura, non abbia trovato altro modo per risolvere la questione se non quello di andarsene, lasciando tutti con un pugno di mosche tra le mani. Sono indignata dal fatto che non ho potuto nemmeno tentare di far presente che noi paghiamo fior di soldi di tasse per avere un servizio che è quasi pari a zero. Non posso ancora credere al fatto che mio padre si spacchi la schiena tutto il giorno tutti i giorni, per mandare avanti la mia famiglia e per mandarmi in un’università dove io, e i miei colleghi, siamo costretti a: sederci per terra se arriviamo 2 minuti in ritardo alla lezione, sederci in mezzo alla sporcizia, cumuli e cumuli di sporco, la lana di polvere presente a Palazzo Nuovo tra un po’ prenderà vita se andiamo avanti così! Non posso credere al fatto che se non mi siedo per terra mi devo sedere sulle scale. E, Sa a cosa penso mentre sono seduta sulle scale e non riesco nemmeno a vedere chi parla perchè non sono un vatusso in piedi figuriamoci accovacciata sulle scale? Penso all’eventualità di dover evadere dalle aule o da Palazzo Nuovo, e penso a quante persone rimarrebbero bloccate lì dentro, e penso al fatto che in mezzo a quelle persone potrei esserci io, potrebbe esserci Lei, i miei amici, i Suoi amici o il primo sconosciuto che si trovava lì per caso.Di quest'affermazione i più penseranno che io sia una persona catastrofica e pessimista. No, io sono una persona realista, nonostante tutto. Sono realista nell’affermare che nonostante tutti i soldi che paghiamo non ci viene garantita neanche la sicurezza. Perché tanto si sa come vanno a finire queste cose: poniamo per assurdo che scoppi un incendio e ci siano un tot di vittime. Tutta Italia piangerà quelle vittime, tutti poi diranno “Si poteva fare questo, di DOVEVA fare quello e invece…” per un po’ di tempo la notizia verrà bombardata mediaticamente, finchè non ci sarà qualche piccola e di dubbia rilevanza modifica e tutto svanirà nel dimenticatoio, come sempre. Ma questo è un altro discorso. Io faccio presente che pago, paghiamo, delle tasse spropositate e che voglio almeno che mi sia garantito il diritto allo studio. Se proprio non vogliono metterci in condizioni di sicurezza (cosa che io presumo non sia così, ma non ho assolutamente le competenze legali o specifiche del settore per ammetterlo con certezza!) almeno che ci garantiscano il diritto di seguire i corsi, le lezioni!  E invece cosa mi sento rispondere? “Tu non capisci niente”. Tanti anni di studi e sacrifici per poi sentirsi dire una cosa del genere solo perché nel frattempo ho assunto la capacità di pensare e non mi piego al volere dei “superiori” come fanno i caproni ma reclamo i miei diritti. Io non ci sto, non mi sta bene, non mi sta bene per niente! Che cosa studiamo a fare allora? La mia fede nella letteratura non barcolla, ma Sa, quando succedono cose del genere, a barcollare è la speranza che il mondo non sia veramente così come chi si è arreso ci dice. Io non sono un’ignorante. O meglio, lo sono nel senso proprio e latino del termine: ci sono molte cose che non conosco, ma se la mettiamo così, allora siamo tutti ignoranti, nessuno escluso!
Sa che cosa mi fa arrabbiare inoltre? Mi fa arrabbiare che sia opinione diffusa che noi (inteso Noi studenti) nella vita non facciamo niente. Le cito più o meno testualmente cosa ho sentito dire in presidenza dalla signora riccia bionda di cui non ricordo il nome “Cosa volete voi? Volete non venire all’università il giovedì il venerdì ed il sabato perché volete fare il weekend lungo! Ecco cosa volete! Cominciate a fare dei sacrifici, e a fare qualcosa” Il succo era più o meno questo; riguardo alla questione del weekend lungo sono sicura quant’è vero che la Mole Antonelliana si trova a Torino! Ora io mi chiedo, ma come si permette? Come fa a giudicarci così tutti in blocco? Lei non lo può sapere e, non dovrebbe aver bisogno di saperlo per non emettere un’affermazione del genere, che io studio, lavoro, gioco a pallacanestro e, il più delle volte il mio tempo libero lo passo a fare da babysitter alla mia sorellina di cinque anni.  Inoltre, ha proposto di comprarci un gazebo, ebbene! Che lo compri allora!
Tornando al discorso delle tasse, quale servizio ci viene offerto? Quello di poter dare gli esami? Sicuramente Lei sarà al corrente che mediamente si dovrebbero spendere dai 60 agli 80 euro ad esame per comprare tutti i libri. Quindi, ricapitolando. Io al momento ho pagato 543,62 euro per: sedermi per terra in mezzo allo sporco, essere umiliata, non poter ricevere l’insegnamento di tutti i corsi (Senza contare che io sono dell’idea che un corso possa essere più o meno difficile -  e questo è soggettivo -  ma non più o meno importante! Come si fa a dare un valore qualitativo alla cultura?), dovermi adattare per forza alle decisioni che vengono prese da persone che mi, ci considerano solo dei numeri. Io non sono solo la matricola 738976. Io, lo ripeto, mi chiamo Sabrina Russo, ho un’anima, un cuore, dei sentimenti, aspirazioni e sogni. Sogni che forse questa gente non ha più e che ha sostituito con frustrazioni che riversa su di Noi.  
Sa quanto ci ho messo a capire quali corsi dovevo seguire ad inizio anno? Eppure, ti dicono “Sei grande oramai, non sei più al liceo, arrangiati!” E’ tutto un grosso ARRANGIATI, se sei un genio bene, altrimenti rimani indietro, altrimenti rimani fuori corso – “Così noi ci strofiniamo le mani di fronte ad una nuova entrata!” Io non ci sto professoressa, non ci sto!
Ci tengo a precisare che non è tutto così. Ci sono delle mosche bianche nel mezzo. Persone per cui vale la pena continuare a combattere, persone che ti aiutano a stringere i denti e ad andare avanti. Per me Lei, da ieri, fa parte di quelle persone. Oltre alle persone, che come giustamente Lei ha detto "Passano" ci sono i libri e quelli restano.
Ora, mi scuso se leggendo la presente si sarà messa le mani nei capelli più e più volte per questa sintassi disordinata e poco fruibile e per il lessico, non dei più formali. Mi scuso ma aggiungo che questo è il risultato di lacrime di rabbia messe per iscritto nero su bianco.
[...]
La saluto con affetto
Sabrina Russo





"Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre"(Oriana Fallaci, «La rabbia e l'orgoglio», 2001).




martedì 1 marzo 2011

Seconda stella a destra ...

Un professore entra in classe, augura la buona sera a tutti. Sono le 16.00 e qualche minuto, ma il cielo grigio fa le bizze da tutto il dì e inganna facilmente. Il professore si presenta e dice ai suoi nuovi studenti di poter trovare il suo curriculum vitae sulla sua pagina nel sito dell'università. Nella maggior parte delle loro teste passa un pensiero del ti' "Ehmbè?" misto ad una leggera irritazione portata a riva da quella che potrebbe sembrare un leggero accenno alla vanità. Questo pensiero si disintegra due secondi dopo, quando il professore aggiunge che sul suo curriculum non c'è scritto che lui sta combattendo contro il cancro da un anno. "Non ci sarò sempre, mi imbottiscono di medicine" dice "Certi giorni mi sento proprio come se fossi uno straccio". E intanto gli studenti cercano di trattenere lo sguardo-sgomento-compassionevole che solo notizie del genere sanno suscitare. Qualcuno non ci riesce proprio, altri mascherano un po' meglio. Anche se nessuno di loro aveva mai visto prima quel professore, il suo annuncio, la sua confidenza ed anche, o soprattutto, il suo coraggio hanno toccato un po' tutti nell'aula. E ancora lo guardi sorridere, gli vedi proprio gli occhi che ridono. Occhi piccoli di un azzurro intenso, fanno fatica a vincere il contrasto delle occhiaie profonde intorno a loro, ma ridenti. E ti sforzi di ricordare quanti altri occhi così conosci, pochi, molto pochi. E lo ascolti mentre parla e lo fa con un entusiasmo ed un amore infinito per quello che sta dicendo. La letteratura. Le isole. La conoscenza, l'autocoscienza. La voce quasi gli trema. E ti chiedi se è sempre stato così e un po' malignamente, forse, pensi al fatto che la sua emozione può essere tale forse perchè teme che quello che sta incominciando sarà l'ultimo corso della sua vita. "Non parliamo del secondo modulo, non so neanche se lo terrò io" dice, quasi a voler intendere "Non pensiamo al futuro, occupiamoci del presente, che forse nel futuro non ci sarò più".
Una grande lezione di vita in due ore di letteratura. E poi ancora, la lettura integrale del testo "L'isola che non c'è" con un'interpretazione che ti ci catapulta dentro, ti emoziona, ti commuove.
E' così triste e così vero che l'uomo quando pensa di aver intravisto il traguardo o la fine della propria vita, gode di ogni attimo e di ogni gesto con un'intensità mai vista prima.
Succedono anche queste cose in una Facoltà dove, un minuto prima ti incazzi perchè sei costretto a seguire una lezione in piedi ed un'altra seduto per terra, e il minuto dopo vieni sbalzato in realtà lontane ma che in qualche modo ti toccano.
Ogni giorno sono sempre più convinta del fatto che non avrei potuto scegliere altro posto se non quello in cui sono ora.




Seconda stella a destra 
questo è il cammino 
e poi dritto, fino al mattino 
poi la strada la trovi da te 
porta all'isola che non c'è. 

Forse questo ti sembrerà strano 
ma la ragione 
ti ha un po' preso la mano 
ed ora sei quasi convinto che 
non può esistere un'isola che non c'è 

E a pensarci, che pazzia 
è una favola, è solo fantasia 
e chi è saggio, chi è maturo lo sa 
non può esistere nella realtà!.... 

Son d'accordo con voi 
non esiste una terra 
dove non ci son santi né eroi 
e se non ci son ladri 
se non c'è mai la guerra 
forse è proprio l'isola 
che non c'è. che non c'è 

E non è un'invenzione 
e neanche un gioco di parole 
se ci credi ti basta perché 
poi la strada la trovi da te 

Son d'accordo con voi 
niente ladri e gendarmi 
ma che razza di isola è? 
Niente odio e violenza 
né soldati né armi 
forse è proprio l'isola 
che non c'è.... che non c'è 

Seconda stella a destra 
questo è il cammino 
e poi dritto, fino al mattino 
poi la strada la trovi da te 
porta all'isola che non c'è. 

E ti prendono in giro 
se continui a cercarla 
ma non darti per vinto perché 
chi ci ha già rinunciato 
e ti ride alle spalle 
forse è ancora più pazzo di te

(L'isola che non c'è - E. Bennato)

sabato 26 febbraio 2011

"Sempre insieme sempre e comunque nel male e nel bene "

Per me voi siete tutti parte della mia vita
E chi non lo sa lasci che glielo dica
Gli amici che ho e quelli che ho avuto prima
La gente che so che mi è stata vicina
Io vi proteggerò da ogni cosa cattiva
Da ogni paura da ogni male che arriva
Finché il cuore batte e il corpo respira
Finché avrò la forza non c’è alternativa

Per me voi siete sangue del mio sangue
Per me voi siete carne della mia carne
Per me voi siete pelle della mia pelle
I miei fratelli e le mie sorelle

Sapete dov’è che sto
E che ci sarò
Non dimenticate siamo sempre insieme sempre e comunque nel male e nel bene 
Ciò che si può
Io per voi lo farò
Siete qualcosa che mi appartiene siete sangue nelle mie vene 

(Brusco - Sangue del mio  sangue)

Io sono Orgogliosa di giocare nella mia squadra, in questa squadra. Che se ne dica pure che siamo camioniste, tamarre o che altro (anche se quando penso a Noi, ci penso come si pensa ai Romantici dell’800, quelli che scavavano alla ricerca del Sentimento, e che dal Sentimento erano mossi) ; ma la verità è che stasera, ancora una volta, abbiamo dimostrato che quando veniamo punte nell’orgoglio, poi non perdoniamo e ci incazziamo e diventiamo delle iene. E tiriamo fuori cose che sono sempre dentro di noi ma che non sempre riusciamo a tirare fuori. E quando lo facciamo, siamo travolgenti, cariche, devastanti. Al punto da meritarci gli applausi nonostante la sconfitta. E sapete, a me ha sempre emozionato vedere questo accadere, ma in genere l’ho sempre vissuto da spettatrice, da tifosa. Questa sera no, questa sera l’ho vissuto da dentro, e, dentro, dentro di me quell’orgoglio è stato cullato, coccolato, emozionato. Nonostante il bruciore per la sconfitta, questa sera Noi, nel saluto, (o almeno per quanto mi riguarda) ci siamo andate con il petto gonfio di stima per Noi. (Nonostante ciò, non dimentichiamoci del disastroso secondo quarto che tutte abbiam giocato!) Credo che la nostra sia la strenuante capacità di scavarci la fossa da sole. Ma quando poi cominciamo ad arrampicarci per uscirne, ce la mettiamo tutta, tutta tutta.

A noi non regala niente nessuno, non ha mai regalato niente nessuno. Nonostante le ingiustizie, le nostre sconfitte ce le meritiamo tutte –tutte tranne una, non sto neanche a citarla!- ma le vittorie beh, le vittorie in generale ce le conquistiamo nella fatica e nel sudore e nell’onestà, Noi!

Non ho mai fatto mistero del fatto che il mio cuore batte per l’accostamento di colori bianco blu ed una saetta cucita sul petto. E, per quanto poco eticamente e moralmente corretto possa essere, beh al cuore non si comanda. Al mio non di sicuro. Ma sapete, con voi è tutta un’altra storia. Che ci siano il bianco e il blu di Settimo o di San mauro o, ancora,  il bianco e il nero della Victoria, il mio cuore batte per il semplice fatto di avere cucito sul petto lo stesso stemma che avete voi. Di condividerlo. E di lottare per Noi. Per la mia squadra, l’unico stemma che esiste siamo Noi.

Come what may - Ragazze - Comunque andrà, io sono fiera ed orgogliosa di Noi.




(© Foto Laura Paviglianiti)

giovedì 24 febbraio 2011

Gramellini all' "8 Marzo": tra la paura e i sogni


da La Nuova Voce del 23 febbraio 2011

Evento- Vacis e Gramellini incontrano duecento allievi del Liceo Scientifico "8 Marzo"
Gli studenti "stregati " dalla paura
I sogni, il futuro e la lettura: una mattinata da incorniciare all'auditorium

Sabrina Russo



L’8 Marzo ha vissuto la sua giornata memorabile in compagnia di Massimo Gramellini. Giovedì  17 febbraio Tecnici, operatori del personale, insegnanti hanno lavorato al meglio per far sì che tutto andasse nel migliore dei modi. E così è stato. Preceduto da Gabriele Vacis e la sua trupe, il celebre giornalista è arrivato alle 10.15 nell’auditorium dell’istituto, gremito dagli alunni di tutto il triennio del liceo. Presente in sala anche il sindaco Aldo Corgiat, che ha presenziato all’incontro sin dall’inizio ed ha preso la parola nella parte conclusiva della giornata. Il primo a parlare è stato Giuseppe Lazzarino, docente di inglese del liceo che ha aperto il suo discorso così “ Quello che ci fanno oggi Vacis e Gramellini è un regalo speciale. Quest’anno ricorre il decennale del nostro liceo. All’inizio contavamo 20 persone, una classe sola. Oggi possiamo vantare una crescita esponenziale, sono circa 400 gli iscritti e il numero delle sezioni è salito a 4. Ci abbiamo creduto, dietro a questo risultato importante c’è stato un mare di lavoro, ma cosa ancor più importante, il liceo deve avere un’anima ed oggi, come ogni giorno, cerchiamo di dare un’identità a quest’anima”. Dopo gli applausi di benvenuto ed un iniziale momento in cui Gramellini è stato assalito dai ragazzi per farsi firmare qualche autografo, si può dare inizio allo “spettacolo”. In apertura la lettura della prefazione de Il Piccolo Principe e, a seguire, la proiezione in pillole del film documentario di Vacis “La paura si-cura” con conseguente commento da parte di Gramellini e Vacis stesso. C’è stato modo di leggere anche un estratto dal primo romanzo di Gramellini “L’ultima riga delle favole”. Al centro dell’attenzione c’era la paura. Paura di sognare, del futuro, di amare, della morte. E ancora, tra i filmati proiettati, vi erano quelli in cui apparivano i ragazzi dell’8 Marzo, presenti in sala: la paura di Alice e del dolore, di Andrea e dei treni, di Gloria e dell’anoressia. In seguito a questi interventi e, soprattutto, dopo il commento di Gramellini, il silenzio ha invaso la sala: in una sola ora, l’ospite è riuscito a fornire una vera e propria lezione di vita. Imparare ad avere paura, scavare in essa per riuscire a trovare il coraggio necessario per superare le paure stesse. Non meno importante, è avere un sogno, un obiettivo da perseguire affinché questo dia un senso alla vita ma soprattutto affinché questo sia mosso dal  “Motore più potente dell’universo: l’amore”. Proprio come direbbe Mister “Buongiorno”.

martedì 15 febbraio 2011

Torino

C’è un momento nella vita in cui la guardi e ti chiedi se hai sempre abitato ai suoi piedi.
Torino.
Come hai fatto per tutto questo tempo a non accorgerti, a non vedere!
E non osservare, ma vedere, vedere proprio, perché è una fulminazione casuale ed istantanea.
Torino.

Amo Torino, questi colori, i suoi colori. Alla faccia di chi dice che siamo una città di cemento immersa nel grigiume! Provate a guardare il cielo alle 18.21 in queste giornate di febbraio, e, i colori che il Sole riflette nella Dora quando pian piano lascia il posto alla sera, provate!

mercoledì 2 febbraio 2011

La Rabbia e l'Orgoglio di una squadra, la mia squadra.

Ieri sera ho assistito ad uno dei miracoli dello sport. Il miracolo di unire le persone più di quanto qualsiasi altra cosa sia in grado di fare. Si tratta di un'unione particolare, tutti tesi, insieme, per il raggiungimento di un obiettivo. Ci sono obiettivi più grandi o qualcuno direbbe più nobili  al mondo, questo io non lo metto in dubbio, ma mentre giochi, per dirla alla Vasco, noi soli dentro ad una palestra, e tutto il mondo fuori! O qualcosa del genere, insomma. Ci sono sport in cui conti i punti - la pallavolo, il tennis ecc.. - altri in cui il tempo fa da padrone - la pallacanestro, il calcio ecc. - . Bene, nel mio sport ci sono 40 minuti effettivi da giocare. Ieri sera abbiamo urlato per un'ora e mezza. Dal primo minuto, anzi, da ancora prima del primo minuto. Dal "viaggio" in macchina con Giulietta e i Negrita a palla, dall'arrivo negli spogliatoi con la colonna sonora di Rocky, dal riscaldamento, dall'urlo iniziale. La potevi vedere, quella luce negli occhi di tutte, quella voglia, quella smania di vincere! La potevi sentire, l'emozione, l'agitazione e l'adrenalina pura che ti scorre nelle vene poche volte nella vita, la potevi sentire anche dall' "Oh cazzo!" spontaneo di Mara, quando le è stato detto che sarebbe stata nel quintetto base, la potevi sentire da quel PENETRIAMO urlato ai 10mila decibel prima della palla a due. Dal primo secondo della partita e per tutta la partita, ma tutta, dico proprio tutta, dalla panchina e dalla tribuna un incitamento continuo. Su ogni palla recuperata, rimbalzo preso, contesa conquistata, canestro realizzato. Su quest'ultimo poi, ogni canestro sembrava un goal tanto si esultava. Ma quello ancora più importante è che, per quanto sia grata alla meravigliosa ed eccezionale tribuna che abbiamo avuto ieri sera - credo la più numerosa e casinista che abbia mai visto in questi 5 anni -, noi dalla panchina esultavamo anche per palle perse, rimbalzi mancati, canestri non realizzati. E, no, non è che siamo tutti scemi o ci siamo rincretiniti da un momento all'altro, esultavamo perchè anche se in quell'azione non  si era fatto bene, beh, cazzo, lo sentivi scalpitare quell'unico cuore di 12 persone e quindi non potevi far altro che continuare a dirgli "Va bene lo stesso, ma non smettere, non smettere mai!" .Abbiamo vinto nel sudore e nella gioia, con la difesa e anche dai, possiamo anche dirlo, anche con un cicinin di culo perchè ieri sera ci è davvero entrato di tutto. Forse è anche vero che abbiamo tirato con più convinzione, convinzione data da una motivazione chiara e decisa e sentita, motivazione smossa da una  ferita che non si è mai cicatrizzata, a mio parere, mai prima di ieri sera. Gli avversari avevano detto che si sarebbero presentati con i quaderni, beh io spero vivamente che abbiano preso appunti. Mi perdoni la Fallaci per quest'emulazione, mi rendo conto che il contesto non è assolutamente lo stesso (tanto per intenderci, lei parlava della rabbia e dell'orgoglio di un'intera nazione dopo l'attacco alle Twin Towers), ma ieri sera io ho visto scendere in campo La rabbia e l'orgoglio di una squadra, la mia squadra. La rabbia per quell'Andata rubata, dove ci avevano sottratto ciò che sarebbe stato nostro se non ci fosse stato il sesto uomo in campo - e questo "SE" è stato ampiamente dimostrato ieri sera. L'orgoglio nell'andarci a riprendere la nostra partita, nell'andare a dimostrare che non siamo solo delle blablabla, ma che riusciamo anche a mettere in pratica quello diciamo. Io personalmente ho parlato e scritto tanto prima di questa partita, l'ho fatto perchè proprio dentro quelle cose non ci rimanevano, e l'ho fatto anche per cogliere il rischio di fare un'enorme figura di merda - in caso di sconfitta -  ma francamente, io conosco la mia squadra e sapevo che non l'avremmo fatta, che non glie l'avremmo  fatta passare liscia. 40 minuti in vantaggio, sempre sopra con picchi massimi di +12 e minimi di +4. Abbiamo anche corso qualche rischio ma i momenti in cui la testa ha traballato sono stati davvero minimi. Per dirla con parole un po' discordanti, è come se avessimo giocato con una freddezza assoluta spinte dalle onde delle emozioni.
E' già ora di pensare alla prossima partita, quello che però mi fa incazzare è che ieri siamo riuscite a sviluppare gran parte del nostro potenziale, vincendo dignitosamente e meritatamente, potenziale che abbiamo ma che riusciamo a tirare fuori solo quando sotto ci sono delle questioni di pancia,  e non mi riferisco certo all'areofalgia! (La precisazione è necessaria perchè conosco i miei polli).
Io personalmente voglio ringraziare Roberto, Jose, Laura, Francesca, Lorenza, Chiara, Maria, Valeria, Giulietta, Jessica e Mara, per avermi regalato le emozioni di ieri sera.

                           VAMOS COMPANEROS, VAMOS!!!

martedì 1 febbraio 2011

Con gli occhi di Alice

Ho ventidue anni, mi chiamo Claudio e sta per iniziare quella che potrebbe essere la partita più importante della mia vita: chi vince nel prossimo campionato giocherà in serie B, l’alternativa è quella di portarsi a casa l’amara sconfitta. L’arbitro richiama le due squadre in panchina; il mio allenatore designa i primi cinque giocatori tra i quali io non figuro, ma non c’è tempo per la delusione, è già molto essere qui ed ora; devo concentrarmi, devo farlo per me e per i miei compagni e per tutta la fatica che abbiamo fatto insieme. Il cronometro parte sul tabellone, la prima palla è degli avversari che arrivano facilmente a canestro. Niente panico, sono solo due punti, nulla di grave, per ora. Dopo interminabili minuti trascorsi impazientemente seduto ad osservare i canestri indiscutibili degli ospiti, finalmente Gianni, l’allenatore, si avvicina e, toccandomi la spalla, mi indica il cubo del cambio. Mentre metto piede in campo ho subito una grande sensazione di disorientamento, ma non ho il tempo per pensare perché un mio compagno mi passa una palla che viene intercettata e, nel tentativo di recuperarla, commetto il primo fallo della partita. Dopo aver subìto il canestro che ci porta sotto di 12 punti, i miei compagni effettuano la rimessa da fondo campo, riesco a scorgere un buco difensivo e mi appresto a colmarlo, ricevo, mi giro, tiro e non va… la palla batte contro il primo ferro e ricade nelle mani del difensore che apre per un contropiede. Sotto di 14 punti, ed il tempo passa… Riparto portando avanti palla, ma a metà campo l’avversario riesce a trafugarla e, indisturbato,  mette l’ennesimo canestro aumentando il divario tra la gloria e l’umiliazione. Gianni mi richiama in panchina e, nel battermi il cinque di rito, mi esorta a metterci più impegno in ciò che appare come una rovinosa caduta. Seduto a riprendere fiato e con la gola secca, mi logoro al pensiero di non comprendere cosa stia accadendo, mentre sfilano crudeli i minuti ed io mi sento sempre più protagonista di una sconfitta inevitabile. All’inizio della quarta frazione la squadra è sotto di 20 punti e, consapevole del tempo limitato a disposizione, alzo lo sguardo verso il nostro pubblico affranto e tra mille volti vuoti vedo Alice seduta sugli spalti.
Alice è la mia migliore amica, ci siamo conosciuti al minibasket, da quando avevamo sei anni siamo diventati inseparabili; alla fine di ogni partita, ci sediamo nel centrocampo della palestra e schiena a schiena rimaniamo in silenzio per un’infinità di tempo, per poi commentare i risultati ottenuti.
Guardandola mi è tornata in mente la sera in cui, seduti nel nostro cerchio personale, le avevo confessato quanto fosse diventato pesante per me persino dover andare ad allenamento; dopo l’ennesima sconfitta avevo esordito: - Ali, ho fatto virgola di nuovo, abbiamo perso, ancora, non ce la faccio più, la pallacanestro mi odia, lo sento.-
Fare "virgola" nella pallacanestro significa non aver segnato alcun punto e, quando questo accade, il cognome nel tabellino è seguito da una virgola. Ciò è indice che non sei degno nemmeno di uno zero vicino al tuo nome, vali meno di quello; non importa quanto bene hai difeso, resta il fatto che non hai segnato punti. Ti senti incompleto, come se avessi trascorso una bellissima serata con una donna ed alla fine non la baci sotto il suo portone.
Alice  conosceva bene quello stato d'animo nonostante lei nell'ultima stagione avesse acquisito più sicurezza nel gioco; con la schiettezza che la contraddistingue da sempre, mi aveva risposto: - Cla, disperarsi dopo una partita non serve a nulla, è utile impegnarsi di più nella prossima.-
-Ammesso che giochi, - le risposi affranto-  anche la convocazione sta diventando una rarità-
Con amorevole enfasi mi ammonì -Beh.. insomma, devi strapparla con le gambe e con i denti, ti ci devi attaccare a questa cosa, non hai scelta, l'altra strada, quella buia e innominabile, è lasciarsi perdere, e se a te verrà voglia di prenderla anche solo così per caso, sappi che io te lo impedirò-
Il concetto è chiaro e cristallino, ma per lei è facile, adesso è la "star" della sua squadra, ha una media di 15 punti a partita, dentro e fuori dalla palestra è un mito per le sue compagne.
Alice sembrava avesse letto le opposizioni della mia anima e continuò: -  Devo ricordarti tutto quanto ho passato prima di arrivare fin qui? Le convocazioni mancate delle prime due stagioni, la terza disastrosa stagione dove ho solo perso? Ho perso talmente tanto che ad un certo punto credevo di aver dimenticato il sapore della vittoria, ho perso stupidamente l’autostima additandomi come a una buona a nulla; sono caduta così in basso da essere convinta che ormai il mio momento d’oro si fosse esaurito in una ed una sola partita della vita che per altro era un’amichevole! Ma ho compreso che l’autocommiserazione è la sconfitta più grande poiché equivale ad arrendersi e, quando non lotti per ottenere ciò che ami, sei spento, vuoto, inutilmente vivo.
Mentre Alice rispolverava i ricordi di un tempo non troppo lontano, una lacrima le rigò il viso.
Per un giocatore che si rispetti la Pallacanestro è tutto: è fatica, sudore, è voglia di gloria, è dannazione, è Amore. Amore per uno sport che ti ripaga quando ti alleni bene, quando, giocando, le gambe avanzano da sole e ogni gesto è fluido, automatico e naturale; quando, dopo una serie di sconfitte, finalmente riesci a vincere ed anche quando la palla sfiora la retina con delicatezza tale da far venire voglia di piangere.
Claudio udendo i respiri rotti dell’amica, si rese conto di considerarla una grande donna, lei che cadendo si era rialzata, lei che semplicemente ce l’aveva fatta. E lui, sarebbe riuscito a riemergere dalla cenere allo stesso modo?
Nuovamente Alice aveva aggiunto: - Adesso sembra tutto troppo difficile. Immagina di avere tra le mani la palla dell’ultimo secondo e che la tua squadra stia perdendo di 1. Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo, ricorda: è questione di un secondo, quell’attimo infinitamente piccolo che ha il potere di spingerti oltre i limiti della tua stessa resistenza a raggiungere il traguardo. Entra in campo e spacca il Mondo, e non piangere e non disperarti, perché le lacrime non ti porteranno mai da nessuna parte-.
Sento Gianni urlare ed imprecare come solo un allenatore sa fare, richiama la mia attenzione e mi rimette all’ordine. Mentre mi avvicino al tavolo in testa ho solo l’eco delle parole di Alice e mi convinco di dover giocare come so di saper fare. Entro in campo e con una grinta eccelsa rubo il pallone dalle mani dell’avversario, mi fiondo a canestro e via, i primi due punti personali sono messi a referto. Alzo lo sguardo e le cifre rosse segnano 4’ di tempo rimanente e tredici punti da recuperare. Posso farcela, me lo ripeto fino alla nausea. Continuo a sfornare punti e canestri come fossi programmato per farlo, sono in completa comunione con la palla, non rispondo se mi chiamano, sono in trance agonistica, sono al top. Mancano cinque secondi alla fine e siamo sotto di due punti, ricevo sulla linea dei tre e “Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo…”, tiro. Mentre la palla disegna un parabola altissima, il tempo sembra essersi fermato, ricado sulle mie gambe dopo lo stacco e non riesco a pensare a nulla. Decido di non voler guardare, mi giro verso Alice che ha lo sguardo puntato sulla palla e, in una frazione di secondo, il suo volto si accende in un grido di esultanza ed io capisco di aver fatto il canestro perfetto, quello che, qualunque cosa sarà della tua vita, continuerai a raccontare fino allo sfinimento, quello che ti viene in mente quando chiudi gli occhi, quello che benedici perché se non fosse stato tale, sarebbe stato tutto un disastro. Più due a tre secondi dalla fine, è gioia, è assoluta gioia, è felicità, ed è consapevolezza che, nonostante tutto, non è ancora finita.
Gli ultimi tre secondi di una partita punto a punto sono un virus interminabile, infinito, eterno. Non esiste niente altro al di fuori della palla, degli avversari, delle gambe, gambe che vanno tenute basse e reattive perché adesso bisogna difendere, difendere forte e senza commettere fallo. Gli avversari riprendono con la rimessa a cavallo della linea di metà campo, provano ad imitare il mio gesto, cercando il loro tiratore migliore, ovviamente piazzato sull’arco del tiro da tre. La palla viene però intercettata dal mio capitano e gli avversari non hanno più il tempo di fare nulla, il suono della sirena invade la palestra. E’ FINITA.
Ecco, credo che questo sia il momento più felice della mia vita, ce l’abbiamo fatta, ce l’ho fatta.
Urlo con tutto il fiato che ho in corpo, abbraccio chiunque e intanto aspetto il mio rituale con Alice. La palestra si svuota più lentamente del solito ma alla fine rimaniamo soli io e lei, schiena a schiena come sempre nel nostro silenzio. Dopo attimi espansi di immenso gaudio le confesso quanto siano stati sostanziali i suoi moniti, la mia vittoria è anche sua, senza di lei non potrebbe esistere. Alice si sporge all’indietro per guardarmi e sorridendo sottolinea che la nostra vittoria merita di essere festeggiata quanto meno con una pizza. Accogliendo il suo invito mi alzo, la prendo in braccio e l’aiuto a rimettersi sulla sedia a rotelle, uscendo dalla palestra incrociamo due bambini che rincorrono un pallone da basket e, allontanandoci, un sorriso illumina i nostri volti.





(Racconto coperto da Copyrigh © Sabrina Russo)

Fuso orario sballato ( e non solo )

Sembrerà che io scriva ad orari improponibili. E a volte è anche così. Questa è un'altra storia ma pazienza.
Dopo un inizio alquanto improvvisato, sul tono "FuckYeah", che ha stupito anche me, non scriverò una di quelle presentazioni del ti' "Mi chiamo x, mi piace y, ho un carattere z" ecc..ecc.. Roba che tempo zero risulterebbe noiosa, priva di interesse. A meno che non sia scritta con un certo tono, anche un po' incalzante, a meno che non si parli di se stessi in chiave verosimile e allora forse, e dico forse, qualche speranza di tener viva l'attenzione del malcapitato su questa pagina, oltre che la sua palpebra aperta e non piangente come i salici, beh, allora forse ci sarebbe. A quel punto però, più che parlare di me stessa ho costruito un personaggio e quindi, se proprio devo scegliere il modo di costruire un personaggio, il mio o altri che siano, preferisco farlo pian piano. Colui che si svela particolare dopo particolare.
Ed ecco che si smonta da sola aggiungendo che è stato inventato e aggiornato un profilo che toglie un po' di piacere alla scoperta. Ma suvvia, non saranno certo 4 film, libri o cantanti a far capire come sono, no?
Bene, ora che avrete capito che non solo il mio fuso orario è sballato, ma forse anche qualche neurone non ce la fa più, passiamo al La signorina Felicita. Si, così, random, perchè questo è un flusso di coscienza, il mio flusso di coscienza e quindi mi sono permessi tutti i collegamenti meno collegati che esistano al mondo.


"Rinnegherei la fede letteraria 
che fa la vita simile alla morte... 

Oh! Questa vita sterile, di sogno! 
Meglio la vita ruvida concreta 
del buon mercante inteso alla moneta, 
meglio andare sferzati dal bisogno, 
ma vivere di vita! Io mi vergogno, 
sì, mi vergogno d'essere un poeta! 
Tu non fai versi. Tagli le camicie 
per tuo padre. Hai fatto la seconda 
classe, t'han detto che la terra è tonda, 

ma non ci credi... E non mediti Nietzsche... "


Quando in quinta liceo, con la prospettiva, la speranza o non so che altro affine, hai intenzione di andare a studiare Lettere, ergo di suicidarti economicamente -ma lasciamo perdere- ti capita di leggere versi del genere, non puoi far altro che sentirti pugnalato dentro. Colto dritto nel segno, fregato cazzo! Eppure sfidi la sorte, a volte li senti più lontani, altre più vicini. A volte di chiedi che senso avrebbe la tua vita se la passassi a scrivere, inventare, parlare di cose che non esistono, altre però ti rendi conto che quella che hai preso era l'unica strada possibile che tu avresti potuto scegliere, perchè come sostiene Gramellini  " Aveva saputo da qualche parte che quando un sogno ti resta incollato addosso significa che non è più un’illusione, ma un segnale che ti sta indicando la tua missione nella vita. Cucinare. Fare calcoli. Riparare orologi. Ciascuno di noi ha la sua e l’errore è credere che una sia più importante dell’altra, solo perché non tutte procurano fama e denaro."

Input

Gioco con le parole, un po’ improvviso un po’ non lo so. Un po’ mi addentro in giochi fonetici strani. Un po’, come questa sera, sento il bisogno di scrivere, non so bene cosa, né su chi, né perché, ma lo faccio, cadendo un po’ nella banalità.
Un po’ di tutto, di tutto un po’. Un po’ un uso spropositato di un po’.
Starsene sotto le coperte con il pc sulle gambe, e intanto scrivere. I vantaggi della tecnologia che fanno perdere il sapore di carta e penna, che dopotutto rimane tanto unico quanto faticoso. Perché non tenermi questi scritti per me dunque? Perché in fondo lo scrittore è anche un po’ vanitoso e quindi necessita di avere, non tanto l’approvazione, ma il parere degli altri. Scrivi per cosa? Per capirti, per essere letto, per scoprirti? Di tanto in tanto scosti le spalline della pesante armatura che a guardar bene scivola via come un vestitino di seta rosa. Vestitino che non diresti ma di potermi vedere addosso, uno perché è rosa, due perché un vestitino. Ed ecco che ci risiamo, tiri fuori caterve di cose sconnesse, scollegate, che solo tu e il tuo filo logico potete capire.
Tornando alla questione dello scrittore, ancora non mi ritengo tanto e mi sto chiedendo se ad un certo punto nella vita vieni targato tale perché.. perché boh, hai scritto e pubblicato un libro, ma questo basta? Lo fanno in tanti, forse in troppi. Ma li stimo, anche quelli che non apprezzo. Perché come diceva la Fallaci -diceva un qualcosa che assomigliava molto a- Quando scrivo tiro fuori brandelli della mia anima. Quando senti il bisogno dirompente di dire la tua su qualcosa o semplicemente di dire qualcosa. Che fastidio dai? Da fastidio a qualcuno? Che si fottano, oltretutto.