sabato 26 febbraio 2011

"Sempre insieme sempre e comunque nel male e nel bene "

Per me voi siete tutti parte della mia vita
E chi non lo sa lasci che glielo dica
Gli amici che ho e quelli che ho avuto prima
La gente che so che mi è stata vicina
Io vi proteggerò da ogni cosa cattiva
Da ogni paura da ogni male che arriva
Finché il cuore batte e il corpo respira
Finché avrò la forza non c’è alternativa

Per me voi siete sangue del mio sangue
Per me voi siete carne della mia carne
Per me voi siete pelle della mia pelle
I miei fratelli e le mie sorelle

Sapete dov’è che sto
E che ci sarò
Non dimenticate siamo sempre insieme sempre e comunque nel male e nel bene 
Ciò che si può
Io per voi lo farò
Siete qualcosa che mi appartiene siete sangue nelle mie vene 

(Brusco - Sangue del mio  sangue)

Io sono Orgogliosa di giocare nella mia squadra, in questa squadra. Che se ne dica pure che siamo camioniste, tamarre o che altro (anche se quando penso a Noi, ci penso come si pensa ai Romantici dell’800, quelli che scavavano alla ricerca del Sentimento, e che dal Sentimento erano mossi) ; ma la verità è che stasera, ancora una volta, abbiamo dimostrato che quando veniamo punte nell’orgoglio, poi non perdoniamo e ci incazziamo e diventiamo delle iene. E tiriamo fuori cose che sono sempre dentro di noi ma che non sempre riusciamo a tirare fuori. E quando lo facciamo, siamo travolgenti, cariche, devastanti. Al punto da meritarci gli applausi nonostante la sconfitta. E sapete, a me ha sempre emozionato vedere questo accadere, ma in genere l’ho sempre vissuto da spettatrice, da tifosa. Questa sera no, questa sera l’ho vissuto da dentro, e, dentro, dentro di me quell’orgoglio è stato cullato, coccolato, emozionato. Nonostante il bruciore per la sconfitta, questa sera Noi, nel saluto, (o almeno per quanto mi riguarda) ci siamo andate con il petto gonfio di stima per Noi. (Nonostante ciò, non dimentichiamoci del disastroso secondo quarto che tutte abbiam giocato!) Credo che la nostra sia la strenuante capacità di scavarci la fossa da sole. Ma quando poi cominciamo ad arrampicarci per uscirne, ce la mettiamo tutta, tutta tutta.

A noi non regala niente nessuno, non ha mai regalato niente nessuno. Nonostante le ingiustizie, le nostre sconfitte ce le meritiamo tutte –tutte tranne una, non sto neanche a citarla!- ma le vittorie beh, le vittorie in generale ce le conquistiamo nella fatica e nel sudore e nell’onestà, Noi!

Non ho mai fatto mistero del fatto che il mio cuore batte per l’accostamento di colori bianco blu ed una saetta cucita sul petto. E, per quanto poco eticamente e moralmente corretto possa essere, beh al cuore non si comanda. Al mio non di sicuro. Ma sapete, con voi è tutta un’altra storia. Che ci siano il bianco e il blu di Settimo o di San mauro o, ancora,  il bianco e il nero della Victoria, il mio cuore batte per il semplice fatto di avere cucito sul petto lo stesso stemma che avete voi. Di condividerlo. E di lottare per Noi. Per la mia squadra, l’unico stemma che esiste siamo Noi.

Come what may - Ragazze - Comunque andrà, io sono fiera ed orgogliosa di Noi.




(© Foto Laura Paviglianiti)

giovedì 24 febbraio 2011

Gramellini all' "8 Marzo": tra la paura e i sogni


da La Nuova Voce del 23 febbraio 2011

Evento- Vacis e Gramellini incontrano duecento allievi del Liceo Scientifico "8 Marzo"
Gli studenti "stregati " dalla paura
I sogni, il futuro e la lettura: una mattinata da incorniciare all'auditorium

Sabrina Russo



L’8 Marzo ha vissuto la sua giornata memorabile in compagnia di Massimo Gramellini. Giovedì  17 febbraio Tecnici, operatori del personale, insegnanti hanno lavorato al meglio per far sì che tutto andasse nel migliore dei modi. E così è stato. Preceduto da Gabriele Vacis e la sua trupe, il celebre giornalista è arrivato alle 10.15 nell’auditorium dell’istituto, gremito dagli alunni di tutto il triennio del liceo. Presente in sala anche il sindaco Aldo Corgiat, che ha presenziato all’incontro sin dall’inizio ed ha preso la parola nella parte conclusiva della giornata. Il primo a parlare è stato Giuseppe Lazzarino, docente di inglese del liceo che ha aperto il suo discorso così “ Quello che ci fanno oggi Vacis e Gramellini è un regalo speciale. Quest’anno ricorre il decennale del nostro liceo. All’inizio contavamo 20 persone, una classe sola. Oggi possiamo vantare una crescita esponenziale, sono circa 400 gli iscritti e il numero delle sezioni è salito a 4. Ci abbiamo creduto, dietro a questo risultato importante c’è stato un mare di lavoro, ma cosa ancor più importante, il liceo deve avere un’anima ed oggi, come ogni giorno, cerchiamo di dare un’identità a quest’anima”. Dopo gli applausi di benvenuto ed un iniziale momento in cui Gramellini è stato assalito dai ragazzi per farsi firmare qualche autografo, si può dare inizio allo “spettacolo”. In apertura la lettura della prefazione de Il Piccolo Principe e, a seguire, la proiezione in pillole del film documentario di Vacis “La paura si-cura” con conseguente commento da parte di Gramellini e Vacis stesso. C’è stato modo di leggere anche un estratto dal primo romanzo di Gramellini “L’ultima riga delle favole”. Al centro dell’attenzione c’era la paura. Paura di sognare, del futuro, di amare, della morte. E ancora, tra i filmati proiettati, vi erano quelli in cui apparivano i ragazzi dell’8 Marzo, presenti in sala: la paura di Alice e del dolore, di Andrea e dei treni, di Gloria e dell’anoressia. In seguito a questi interventi e, soprattutto, dopo il commento di Gramellini, il silenzio ha invaso la sala: in una sola ora, l’ospite è riuscito a fornire una vera e propria lezione di vita. Imparare ad avere paura, scavare in essa per riuscire a trovare il coraggio necessario per superare le paure stesse. Non meno importante, è avere un sogno, un obiettivo da perseguire affinché questo dia un senso alla vita ma soprattutto affinché questo sia mosso dal  “Motore più potente dell’universo: l’amore”. Proprio come direbbe Mister “Buongiorno”.

martedì 15 febbraio 2011

Torino

C’è un momento nella vita in cui la guardi e ti chiedi se hai sempre abitato ai suoi piedi.
Torino.
Come hai fatto per tutto questo tempo a non accorgerti, a non vedere!
E non osservare, ma vedere, vedere proprio, perché è una fulminazione casuale ed istantanea.
Torino.

Amo Torino, questi colori, i suoi colori. Alla faccia di chi dice che siamo una città di cemento immersa nel grigiume! Provate a guardare il cielo alle 18.21 in queste giornate di febbraio, e, i colori che il Sole riflette nella Dora quando pian piano lascia il posto alla sera, provate!

mercoledì 2 febbraio 2011

La Rabbia e l'Orgoglio di una squadra, la mia squadra.

Ieri sera ho assistito ad uno dei miracoli dello sport. Il miracolo di unire le persone più di quanto qualsiasi altra cosa sia in grado di fare. Si tratta di un'unione particolare, tutti tesi, insieme, per il raggiungimento di un obiettivo. Ci sono obiettivi più grandi o qualcuno direbbe più nobili  al mondo, questo io non lo metto in dubbio, ma mentre giochi, per dirla alla Vasco, noi soli dentro ad una palestra, e tutto il mondo fuori! O qualcosa del genere, insomma. Ci sono sport in cui conti i punti - la pallavolo, il tennis ecc.. - altri in cui il tempo fa da padrone - la pallacanestro, il calcio ecc. - . Bene, nel mio sport ci sono 40 minuti effettivi da giocare. Ieri sera abbiamo urlato per un'ora e mezza. Dal primo minuto, anzi, da ancora prima del primo minuto. Dal "viaggio" in macchina con Giulietta e i Negrita a palla, dall'arrivo negli spogliatoi con la colonna sonora di Rocky, dal riscaldamento, dall'urlo iniziale. La potevi vedere, quella luce negli occhi di tutte, quella voglia, quella smania di vincere! La potevi sentire, l'emozione, l'agitazione e l'adrenalina pura che ti scorre nelle vene poche volte nella vita, la potevi sentire anche dall' "Oh cazzo!" spontaneo di Mara, quando le è stato detto che sarebbe stata nel quintetto base, la potevi sentire da quel PENETRIAMO urlato ai 10mila decibel prima della palla a due. Dal primo secondo della partita e per tutta la partita, ma tutta, dico proprio tutta, dalla panchina e dalla tribuna un incitamento continuo. Su ogni palla recuperata, rimbalzo preso, contesa conquistata, canestro realizzato. Su quest'ultimo poi, ogni canestro sembrava un goal tanto si esultava. Ma quello ancora più importante è che, per quanto sia grata alla meravigliosa ed eccezionale tribuna che abbiamo avuto ieri sera - credo la più numerosa e casinista che abbia mai visto in questi 5 anni -, noi dalla panchina esultavamo anche per palle perse, rimbalzi mancati, canestri non realizzati. E, no, non è che siamo tutti scemi o ci siamo rincretiniti da un momento all'altro, esultavamo perchè anche se in quell'azione non  si era fatto bene, beh, cazzo, lo sentivi scalpitare quell'unico cuore di 12 persone e quindi non potevi far altro che continuare a dirgli "Va bene lo stesso, ma non smettere, non smettere mai!" .Abbiamo vinto nel sudore e nella gioia, con la difesa e anche dai, possiamo anche dirlo, anche con un cicinin di culo perchè ieri sera ci è davvero entrato di tutto. Forse è anche vero che abbiamo tirato con più convinzione, convinzione data da una motivazione chiara e decisa e sentita, motivazione smossa da una  ferita che non si è mai cicatrizzata, a mio parere, mai prima di ieri sera. Gli avversari avevano detto che si sarebbero presentati con i quaderni, beh io spero vivamente che abbiano preso appunti. Mi perdoni la Fallaci per quest'emulazione, mi rendo conto che il contesto non è assolutamente lo stesso (tanto per intenderci, lei parlava della rabbia e dell'orgoglio di un'intera nazione dopo l'attacco alle Twin Towers), ma ieri sera io ho visto scendere in campo La rabbia e l'orgoglio di una squadra, la mia squadra. La rabbia per quell'Andata rubata, dove ci avevano sottratto ciò che sarebbe stato nostro se non ci fosse stato il sesto uomo in campo - e questo "SE" è stato ampiamente dimostrato ieri sera. L'orgoglio nell'andarci a riprendere la nostra partita, nell'andare a dimostrare che non siamo solo delle blablabla, ma che riusciamo anche a mettere in pratica quello diciamo. Io personalmente ho parlato e scritto tanto prima di questa partita, l'ho fatto perchè proprio dentro quelle cose non ci rimanevano, e l'ho fatto anche per cogliere il rischio di fare un'enorme figura di merda - in caso di sconfitta -  ma francamente, io conosco la mia squadra e sapevo che non l'avremmo fatta, che non glie l'avremmo  fatta passare liscia. 40 minuti in vantaggio, sempre sopra con picchi massimi di +12 e minimi di +4. Abbiamo anche corso qualche rischio ma i momenti in cui la testa ha traballato sono stati davvero minimi. Per dirla con parole un po' discordanti, è come se avessimo giocato con una freddezza assoluta spinte dalle onde delle emozioni.
E' già ora di pensare alla prossima partita, quello che però mi fa incazzare è che ieri siamo riuscite a sviluppare gran parte del nostro potenziale, vincendo dignitosamente e meritatamente, potenziale che abbiamo ma che riusciamo a tirare fuori solo quando sotto ci sono delle questioni di pancia,  e non mi riferisco certo all'areofalgia! (La precisazione è necessaria perchè conosco i miei polli).
Io personalmente voglio ringraziare Roberto, Jose, Laura, Francesca, Lorenza, Chiara, Maria, Valeria, Giulietta, Jessica e Mara, per avermi regalato le emozioni di ieri sera.

                           VAMOS COMPANEROS, VAMOS!!!

martedì 1 febbraio 2011

Con gli occhi di Alice

Ho ventidue anni, mi chiamo Claudio e sta per iniziare quella che potrebbe essere la partita più importante della mia vita: chi vince nel prossimo campionato giocherà in serie B, l’alternativa è quella di portarsi a casa l’amara sconfitta. L’arbitro richiama le due squadre in panchina; il mio allenatore designa i primi cinque giocatori tra i quali io non figuro, ma non c’è tempo per la delusione, è già molto essere qui ed ora; devo concentrarmi, devo farlo per me e per i miei compagni e per tutta la fatica che abbiamo fatto insieme. Il cronometro parte sul tabellone, la prima palla è degli avversari che arrivano facilmente a canestro. Niente panico, sono solo due punti, nulla di grave, per ora. Dopo interminabili minuti trascorsi impazientemente seduto ad osservare i canestri indiscutibili degli ospiti, finalmente Gianni, l’allenatore, si avvicina e, toccandomi la spalla, mi indica il cubo del cambio. Mentre metto piede in campo ho subito una grande sensazione di disorientamento, ma non ho il tempo per pensare perché un mio compagno mi passa una palla che viene intercettata e, nel tentativo di recuperarla, commetto il primo fallo della partita. Dopo aver subìto il canestro che ci porta sotto di 12 punti, i miei compagni effettuano la rimessa da fondo campo, riesco a scorgere un buco difensivo e mi appresto a colmarlo, ricevo, mi giro, tiro e non va… la palla batte contro il primo ferro e ricade nelle mani del difensore che apre per un contropiede. Sotto di 14 punti, ed il tempo passa… Riparto portando avanti palla, ma a metà campo l’avversario riesce a trafugarla e, indisturbato,  mette l’ennesimo canestro aumentando il divario tra la gloria e l’umiliazione. Gianni mi richiama in panchina e, nel battermi il cinque di rito, mi esorta a metterci più impegno in ciò che appare come una rovinosa caduta. Seduto a riprendere fiato e con la gola secca, mi logoro al pensiero di non comprendere cosa stia accadendo, mentre sfilano crudeli i minuti ed io mi sento sempre più protagonista di una sconfitta inevitabile. All’inizio della quarta frazione la squadra è sotto di 20 punti e, consapevole del tempo limitato a disposizione, alzo lo sguardo verso il nostro pubblico affranto e tra mille volti vuoti vedo Alice seduta sugli spalti.
Alice è la mia migliore amica, ci siamo conosciuti al minibasket, da quando avevamo sei anni siamo diventati inseparabili; alla fine di ogni partita, ci sediamo nel centrocampo della palestra e schiena a schiena rimaniamo in silenzio per un’infinità di tempo, per poi commentare i risultati ottenuti.
Guardandola mi è tornata in mente la sera in cui, seduti nel nostro cerchio personale, le avevo confessato quanto fosse diventato pesante per me persino dover andare ad allenamento; dopo l’ennesima sconfitta avevo esordito: - Ali, ho fatto virgola di nuovo, abbiamo perso, ancora, non ce la faccio più, la pallacanestro mi odia, lo sento.-
Fare "virgola" nella pallacanestro significa non aver segnato alcun punto e, quando questo accade, il cognome nel tabellino è seguito da una virgola. Ciò è indice che non sei degno nemmeno di uno zero vicino al tuo nome, vali meno di quello; non importa quanto bene hai difeso, resta il fatto che non hai segnato punti. Ti senti incompleto, come se avessi trascorso una bellissima serata con una donna ed alla fine non la baci sotto il suo portone.
Alice  conosceva bene quello stato d'animo nonostante lei nell'ultima stagione avesse acquisito più sicurezza nel gioco; con la schiettezza che la contraddistingue da sempre, mi aveva risposto: - Cla, disperarsi dopo una partita non serve a nulla, è utile impegnarsi di più nella prossima.-
-Ammesso che giochi, - le risposi affranto-  anche la convocazione sta diventando una rarità-
Con amorevole enfasi mi ammonì -Beh.. insomma, devi strapparla con le gambe e con i denti, ti ci devi attaccare a questa cosa, non hai scelta, l'altra strada, quella buia e innominabile, è lasciarsi perdere, e se a te verrà voglia di prenderla anche solo così per caso, sappi che io te lo impedirò-
Il concetto è chiaro e cristallino, ma per lei è facile, adesso è la "star" della sua squadra, ha una media di 15 punti a partita, dentro e fuori dalla palestra è un mito per le sue compagne.
Alice sembrava avesse letto le opposizioni della mia anima e continuò: -  Devo ricordarti tutto quanto ho passato prima di arrivare fin qui? Le convocazioni mancate delle prime due stagioni, la terza disastrosa stagione dove ho solo perso? Ho perso talmente tanto che ad un certo punto credevo di aver dimenticato il sapore della vittoria, ho perso stupidamente l’autostima additandomi come a una buona a nulla; sono caduta così in basso da essere convinta che ormai il mio momento d’oro si fosse esaurito in una ed una sola partita della vita che per altro era un’amichevole! Ma ho compreso che l’autocommiserazione è la sconfitta più grande poiché equivale ad arrendersi e, quando non lotti per ottenere ciò che ami, sei spento, vuoto, inutilmente vivo.
Mentre Alice rispolverava i ricordi di un tempo non troppo lontano, una lacrima le rigò il viso.
Per un giocatore che si rispetti la Pallacanestro è tutto: è fatica, sudore, è voglia di gloria, è dannazione, è Amore. Amore per uno sport che ti ripaga quando ti alleni bene, quando, giocando, le gambe avanzano da sole e ogni gesto è fluido, automatico e naturale; quando, dopo una serie di sconfitte, finalmente riesci a vincere ed anche quando la palla sfiora la retina con delicatezza tale da far venire voglia di piangere.
Claudio udendo i respiri rotti dell’amica, si rese conto di considerarla una grande donna, lei che cadendo si era rialzata, lei che semplicemente ce l’aveva fatta. E lui, sarebbe riuscito a riemergere dalla cenere allo stesso modo?
Nuovamente Alice aveva aggiunto: - Adesso sembra tutto troppo difficile. Immagina di avere tra le mani la palla dell’ultimo secondo e che la tua squadra stia perdendo di 1. Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo, ricorda: è questione di un secondo, quell’attimo infinitamente piccolo che ha il potere di spingerti oltre i limiti della tua stessa resistenza a raggiungere il traguardo. Entra in campo e spacca il Mondo, e non piangere e non disperarti, perché le lacrime non ti porteranno mai da nessuna parte-.
Sento Gianni urlare ed imprecare come solo un allenatore sa fare, richiama la mia attenzione e mi rimette all’ordine. Mentre mi avvicino al tavolo in testa ho solo l’eco delle parole di Alice e mi convinco di dover giocare come so di saper fare. Entro in campo e con una grinta eccelsa rubo il pallone dalle mani dell’avversario, mi fiondo a canestro e via, i primi due punti personali sono messi a referto. Alzo lo sguardo e le cifre rosse segnano 4’ di tempo rimanente e tredici punti da recuperare. Posso farcela, me lo ripeto fino alla nausea. Continuo a sfornare punti e canestri come fossi programmato per farlo, sono in completa comunione con la palla, non rispondo se mi chiamano, sono in trance agonistica, sono al top. Mancano cinque secondi alla fine e siamo sotto di due punti, ricevo sulla linea dei tre e “Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo…”, tiro. Mentre la palla disegna un parabola altissima, il tempo sembra essersi fermato, ricado sulle mie gambe dopo lo stacco e non riesco a pensare a nulla. Decido di non voler guardare, mi giro verso Alice che ha lo sguardo puntato sulla palla e, in una frazione di secondo, il suo volto si accende in un grido di esultanza ed io capisco di aver fatto il canestro perfetto, quello che, qualunque cosa sarà della tua vita, continuerai a raccontare fino allo sfinimento, quello che ti viene in mente quando chiudi gli occhi, quello che benedici perché se non fosse stato tale, sarebbe stato tutto un disastro. Più due a tre secondi dalla fine, è gioia, è assoluta gioia, è felicità, ed è consapevolezza che, nonostante tutto, non è ancora finita.
Gli ultimi tre secondi di una partita punto a punto sono un virus interminabile, infinito, eterno. Non esiste niente altro al di fuori della palla, degli avversari, delle gambe, gambe che vanno tenute basse e reattive perché adesso bisogna difendere, difendere forte e senza commettere fallo. Gli avversari riprendono con la rimessa a cavallo della linea di metà campo, provano ad imitare il mio gesto, cercando il loro tiratore migliore, ovviamente piazzato sull’arco del tiro da tre. La palla viene però intercettata dal mio capitano e gli avversari non hanno più il tempo di fare nulla, il suono della sirena invade la palestra. E’ FINITA.
Ecco, credo che questo sia il momento più felice della mia vita, ce l’abbiamo fatta, ce l’ho fatta.
Urlo con tutto il fiato che ho in corpo, abbraccio chiunque e intanto aspetto il mio rituale con Alice. La palestra si svuota più lentamente del solito ma alla fine rimaniamo soli io e lei, schiena a schiena come sempre nel nostro silenzio. Dopo attimi espansi di immenso gaudio le confesso quanto siano stati sostanziali i suoi moniti, la mia vittoria è anche sua, senza di lei non potrebbe esistere. Alice si sporge all’indietro per guardarmi e sorridendo sottolinea che la nostra vittoria merita di essere festeggiata quanto meno con una pizza. Accogliendo il suo invito mi alzo, la prendo in braccio e l’aiuto a rimettersi sulla sedia a rotelle, uscendo dalla palestra incrociamo due bambini che rincorrono un pallone da basket e, allontanandoci, un sorriso illumina i nostri volti.





(Racconto coperto da Copyrigh © Sabrina Russo)

Fuso orario sballato ( e non solo )

Sembrerà che io scriva ad orari improponibili. E a volte è anche così. Questa è un'altra storia ma pazienza.
Dopo un inizio alquanto improvvisato, sul tono "FuckYeah", che ha stupito anche me, non scriverò una di quelle presentazioni del ti' "Mi chiamo x, mi piace y, ho un carattere z" ecc..ecc.. Roba che tempo zero risulterebbe noiosa, priva di interesse. A meno che non sia scritta con un certo tono, anche un po' incalzante, a meno che non si parli di se stessi in chiave verosimile e allora forse, e dico forse, qualche speranza di tener viva l'attenzione del malcapitato su questa pagina, oltre che la sua palpebra aperta e non piangente come i salici, beh, allora forse ci sarebbe. A quel punto però, più che parlare di me stessa ho costruito un personaggio e quindi, se proprio devo scegliere il modo di costruire un personaggio, il mio o altri che siano, preferisco farlo pian piano. Colui che si svela particolare dopo particolare.
Ed ecco che si smonta da sola aggiungendo che è stato inventato e aggiornato un profilo che toglie un po' di piacere alla scoperta. Ma suvvia, non saranno certo 4 film, libri o cantanti a far capire come sono, no?
Bene, ora che avrete capito che non solo il mio fuso orario è sballato, ma forse anche qualche neurone non ce la fa più, passiamo al La signorina Felicita. Si, così, random, perchè questo è un flusso di coscienza, il mio flusso di coscienza e quindi mi sono permessi tutti i collegamenti meno collegati che esistano al mondo.


"Rinnegherei la fede letteraria 
che fa la vita simile alla morte... 

Oh! Questa vita sterile, di sogno! 
Meglio la vita ruvida concreta 
del buon mercante inteso alla moneta, 
meglio andare sferzati dal bisogno, 
ma vivere di vita! Io mi vergogno, 
sì, mi vergogno d'essere un poeta! 
Tu non fai versi. Tagli le camicie 
per tuo padre. Hai fatto la seconda 
classe, t'han detto che la terra è tonda, 

ma non ci credi... E non mediti Nietzsche... "


Quando in quinta liceo, con la prospettiva, la speranza o non so che altro affine, hai intenzione di andare a studiare Lettere, ergo di suicidarti economicamente -ma lasciamo perdere- ti capita di leggere versi del genere, non puoi far altro che sentirti pugnalato dentro. Colto dritto nel segno, fregato cazzo! Eppure sfidi la sorte, a volte li senti più lontani, altre più vicini. A volte di chiedi che senso avrebbe la tua vita se la passassi a scrivere, inventare, parlare di cose che non esistono, altre però ti rendi conto che quella che hai preso era l'unica strada possibile che tu avresti potuto scegliere, perchè come sostiene Gramellini  " Aveva saputo da qualche parte che quando un sogno ti resta incollato addosso significa che non è più un’illusione, ma un segnale che ti sta indicando la tua missione nella vita. Cucinare. Fare calcoli. Riparare orologi. Ciascuno di noi ha la sua e l’errore è credere che una sia più importante dell’altra, solo perché non tutte procurano fama e denaro."

Input

Gioco con le parole, un po’ improvviso un po’ non lo so. Un po’ mi addentro in giochi fonetici strani. Un po’, come questa sera, sento il bisogno di scrivere, non so bene cosa, né su chi, né perché, ma lo faccio, cadendo un po’ nella banalità.
Un po’ di tutto, di tutto un po’. Un po’ un uso spropositato di un po’.
Starsene sotto le coperte con il pc sulle gambe, e intanto scrivere. I vantaggi della tecnologia che fanno perdere il sapore di carta e penna, che dopotutto rimane tanto unico quanto faticoso. Perché non tenermi questi scritti per me dunque? Perché in fondo lo scrittore è anche un po’ vanitoso e quindi necessita di avere, non tanto l’approvazione, ma il parere degli altri. Scrivi per cosa? Per capirti, per essere letto, per scoprirti? Di tanto in tanto scosti le spalline della pesante armatura che a guardar bene scivola via come un vestitino di seta rosa. Vestitino che non diresti ma di potermi vedere addosso, uno perché è rosa, due perché un vestitino. Ed ecco che ci risiamo, tiri fuori caterve di cose sconnesse, scollegate, che solo tu e il tuo filo logico potete capire.
Tornando alla questione dello scrittore, ancora non mi ritengo tanto e mi sto chiedendo se ad un certo punto nella vita vieni targato tale perché.. perché boh, hai scritto e pubblicato un libro, ma questo basta? Lo fanno in tanti, forse in troppi. Ma li stimo, anche quelli che non apprezzo. Perché come diceva la Fallaci -diceva un qualcosa che assomigliava molto a- Quando scrivo tiro fuori brandelli della mia anima. Quando senti il bisogno dirompente di dire la tua su qualcosa o semplicemente di dire qualcosa. Che fastidio dai? Da fastidio a qualcuno? Che si fottano, oltretutto.