Ho ventidue anni, mi chiamo Claudio e sta per iniziare quella che potrebbe essere la partita più importante della mia vita: chi vince nel prossimo campionato giocherà in serie B, l’alternativa è quella di portarsi a casa l’amara sconfitta. L’arbitro richiama le due squadre in panchina; il mio allenatore designa i primi cinque giocatori tra i quali io non figuro, ma non c’è tempo per la delusione, è già molto essere qui ed ora; devo concentrarmi, devo farlo per me e per i miei compagni e per tutta la fatica che abbiamo fatto insieme. Il cronometro parte sul tabellone, la prima palla è degli avversari che arrivano facilmente a canestro. Niente panico, sono solo due punti, nulla di grave, per ora. Dopo interminabili minuti trascorsi impazientemente seduto ad osservare i canestri indiscutibili degli ospiti, finalmente Gianni, l’allenatore, si avvicina e, toccandomi la spalla, mi indica il cubo del cambio. Mentre metto piede in campo ho subito una grande sensazione di disorientamento, ma non ho il tempo per pensare perché un mio compagno mi passa una palla che viene intercettata e, nel tentativo di recuperarla, commetto il primo fallo della partita. Dopo aver subìto il canestro che ci porta sotto di 12 punti, i miei compagni effettuano la rimessa da fondo campo, riesco a scorgere un buco difensivo e mi appresto a colmarlo, ricevo, mi giro, tiro e non va… la palla batte contro il primo ferro e ricade nelle mani del difensore che apre per un contropiede. Sotto di 14 punti, ed il tempo passa… Riparto portando avanti palla, ma a metà campo l’avversario riesce a trafugarla e, indisturbato, mette l’ennesimo canestro aumentando il divario tra la gloria e l’umiliazione. Gianni mi richiama in panchina e, nel battermi il cinque di rito, mi esorta a metterci più impegno in ciò che appare come una rovinosa caduta. Seduto a riprendere fiato e con la gola secca, mi logoro al pensiero di non comprendere cosa stia accadendo, mentre sfilano crudeli i minuti ed io mi sento sempre più protagonista di una sconfitta inevitabile. All’inizio della quarta frazione la squadra è sotto di 20 punti e, consapevole del tempo limitato a disposizione, alzo lo sguardo verso il nostro pubblico affranto e tra mille volti vuoti vedo Alice seduta sugli spalti.
Alice è la mia migliore amica, ci siamo conosciuti al minibasket, da quando avevamo sei anni siamo diventati inseparabili; alla fine di ogni partita, ci sediamo nel centrocampo della palestra e schiena a schiena rimaniamo in silenzio per un’infinità di tempo, per poi commentare i risultati ottenuti.
Guardandola mi è tornata in mente la sera in cui, seduti nel nostro cerchio personale, le avevo confessato quanto fosse diventato pesante per me persino dover andare ad allenamento; dopo l’ennesima sconfitta avevo esordito: - Ali, ho fatto virgola di nuovo, abbiamo perso, ancora, non ce la faccio più, la pallacanestro mi odia, lo sento.-
Fare "virgola" nella pallacanestro significa non aver segnato alcun punto e, quando questo accade, il cognome nel tabellino è seguito da una virgola. Ciò è indice che non sei degno nemmeno di uno zero vicino al tuo nome, vali meno di quello; non importa quanto bene hai difeso, resta il fatto che non hai segnato punti. Ti senti incompleto, come se avessi trascorso una bellissima serata con una donna ed alla fine non la baci sotto il suo portone.
Alice conosceva bene quello stato d'animo nonostante lei nell'ultima stagione avesse acquisito più sicurezza nel gioco; con la schiettezza che la contraddistingue da sempre, mi aveva risposto: - Cla, disperarsi dopo una partita non serve a nulla, è utile impegnarsi di più nella prossima.-
-Ammesso che giochi, - le risposi affranto- anche la convocazione sta diventando una rarità-
Con amorevole enfasi mi ammonì -Beh.. insomma, devi strapparla con le gambe e con i denti, ti ci devi attaccare a questa cosa, non hai scelta, l'altra strada, quella buia e innominabile, è lasciarsi perdere, e se a te verrà voglia di prenderla anche solo così per caso, sappi che io te lo impedirò-
Il concetto è chiaro e cristallino, ma per lei è facile, adesso è la "star" della sua squadra, ha una media di 15 punti a partita, dentro e fuori dalla palestra è un mito per le sue compagne.
Alice sembrava avesse letto le opposizioni della mia anima e continuò: - Devo ricordarti tutto quanto ho passato prima di arrivare fin qui? Le convocazioni mancate delle prime due stagioni, la terza disastrosa stagione dove ho solo perso? Ho perso talmente tanto che ad un certo punto credevo di aver dimenticato il sapore della vittoria, ho perso stupidamente l’autostima additandomi come a una buona a nulla; sono caduta così in basso da essere convinta che ormai il mio momento d’oro si fosse esaurito in una ed una sola partita della vita che per altro era un’amichevole! Ma ho compreso che l’autocommiserazione è la sconfitta più grande poiché equivale ad arrendersi e, quando non lotti per ottenere ciò che ami, sei spento, vuoto, inutilmente vivo.
Mentre Alice rispolverava i ricordi di un tempo non troppo lontano, una lacrima le rigò il viso.
Per un giocatore che si rispetti la Pallacanestro è tutto: è fatica, sudore, è voglia di gloria, è dannazione, è Amore. Amore per uno sport che ti ripaga quando ti alleni bene, quando, giocando, le gambe avanzano da sole e ogni gesto è fluido, automatico e naturale; quando, dopo una serie di sconfitte, finalmente riesci a vincere ed anche quando la palla sfiora la retina con delicatezza tale da far venire voglia di piangere.
Claudio udendo i respiri rotti dell’amica, si rese conto di considerarla una grande donna, lei che cadendo si era rialzata, lei che semplicemente ce l’aveva fatta. E lui, sarebbe riuscito a riemergere dalla cenere allo stesso modo?
Nuovamente Alice aveva aggiunto: - Adesso sembra tutto troppo difficile. Immagina di avere tra le mani la palla dell’ultimo secondo e che la tua squadra stia perdendo di 1. Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo, ricorda: è questione di un secondo, quell’attimo infinitamente piccolo che ha il potere di spingerti oltre i limiti della tua stessa resistenza a raggiungere il traguardo. Entra in campo e spacca il Mondo, e non piangere e non disperarti, perché le lacrime non ti porteranno mai da nessuna parte-.
Sento Gianni urlare ed imprecare come solo un allenatore sa fare, richiama la mia attenzione e mi rimette all’ordine. Mentre mi avvicino al tavolo in testa ho solo l’eco delle parole di Alice e mi convinco di dover giocare come so di saper fare. Entro in campo e con una grinta eccelsa rubo il pallone dalle mani dell’avversario, mi fiondo a canestro e via, i primi due punti personali sono messi a referto. Alzo lo sguardo e le cifre rosse segnano 4’ di tempo rimanente e tredici punti da recuperare. Posso farcela, me lo ripeto fino alla nausea. Continuo a sfornare punti e canestri come fossi programmato per farlo, sono in completa comunione con la palla, non rispondo se mi chiamano, sono in trance agonistica, sono al top. Mancano cinque secondi alla fine e siamo sotto di due punti, ricevo sulla linea dei tre e “Tu quella palla infuocata la devi piazzare lì, dentro quel rosso cerchio perfetto che sta a 3,05 m da terra, devi farlo tu, non c’è tempo per passarla, è un’azione che puoi fare tu e solo tu ORA; nessun compagno può farti da spalla, nessuno ha il tempo di prendere il rimbalzo…”, tiro. Mentre la palla disegna un parabola altissima, il tempo sembra essersi fermato, ricado sulle mie gambe dopo lo stacco e non riesco a pensare a nulla. Decido di non voler guardare, mi giro verso Alice che ha lo sguardo puntato sulla palla e, in una frazione di secondo, il suo volto si accende in un grido di esultanza ed io capisco di aver fatto il canestro perfetto, quello che, qualunque cosa sarà della tua vita, continuerai a raccontare fino allo sfinimento, quello che ti viene in mente quando chiudi gli occhi, quello che benedici perché se non fosse stato tale, sarebbe stato tutto un disastro. Più due a tre secondi dalla fine, è gioia, è assoluta gioia, è felicità, ed è consapevolezza che, nonostante tutto, non è ancora finita.
Gli ultimi tre secondi di una partita punto a punto sono un virus interminabile, infinito, eterno. Non esiste niente altro al di fuori della palla, degli avversari, delle gambe, gambe che vanno tenute basse e reattive perché adesso bisogna difendere, difendere forte e senza commettere fallo. Gli avversari riprendono con la rimessa a cavallo della linea di metà campo, provano ad imitare il mio gesto, cercando il loro tiratore migliore, ovviamente piazzato sull’arco del tiro da tre. La palla viene però intercettata dal mio capitano e gli avversari non hanno più il tempo di fare nulla, il suono della sirena invade la palestra. E’ FINITA.
Ecco, credo che questo sia il momento più felice della mia vita, ce l’abbiamo fatta, ce l’ho fatta.
Urlo con tutto il fiato che ho in corpo, abbraccio chiunque e intanto aspetto il mio rituale con Alice. La palestra si svuota più lentamente del solito ma alla fine rimaniamo soli io e lei, schiena a schiena come sempre nel nostro silenzio. Dopo attimi espansi di immenso gaudio le confesso quanto siano stati sostanziali i suoi moniti, la mia vittoria è anche sua, senza di lei non potrebbe esistere. Alice si sporge all’indietro per guardarmi e sorridendo sottolinea che la nostra vittoria merita di essere festeggiata quanto meno con una pizza. Accogliendo il suo invito mi alzo, la prendo in braccio e l’aiuto a rimettersi sulla sedia a rotelle, uscendo dalla palestra incrociamo due bambini che rincorrono un pallone da basket e, allontanandoci, un sorriso illumina i nostri volti.
(Racconto coperto da Copyrigh © Sabrina Russo)
BELLO. DAVVERO BELLO...confesso che alla fine è scesa anche la lacrima..Grande Sabry. Un bacio Laura
RispondiEliminaGrazie Lalla!! :-)
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